La penna di Mariachiara Sacchetti

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Mariachiara Sacchetti – “La penna di Peter”

Qualche giorno fa mi è arrivato su Facebook, come spesso capita, un messaggio della mia amica Mariachiara.

Io e Mariachiara siamo conosciuti proprio grazie al social network di Mark Zuckerberg, come tante amicizie che ho stretto negli ultimi anni. Mariachiara ha un dono: la scrittura.

Nel messaggio che mi ha scritto mi invitava a leggere un suo breve romanzo: La penna di Peter. Le dissi: «ok, lo compro in libreria», ma lei mi ha subito bloccato rispondendomi: «tranquillo, ti mando subito il link». Capii subito che era fortemente interessata a un mio giudizio e per questo iniziai subito a leggerlo. Vi confesso che è stato impossibile staccarmi dallo schermo del mio tablet, lo lessi tutto d’un fiato! Un racconto scritto con semplicità, leggerezza e delicatezza, proprio come quella che usano i giocolieri per far volteggiare i birilli mentre camminano su un cavo sospeso da terra.

Peter è un bambino complicato. Ha un solo amico che si chiama Otto, ma è immaginario. Sua mamma, Juliet, è una donna molto fredda. Invece suo papà è poco presente, perché è un famoso imprenditore di un’azienda leader nel campo del cioccolato e per questo è sempre in giro per il mondo. Maryon, la sua maestra, è la sua unica ancora di salvezza. Peter è un bambino che viene costantemente bullizzato da tutti e anche per questo motivo inizia ogni giorno a scrivere delle storie dove incontra degli amici immaginari che gli parlano di tossicodipendenza, malattie, della sindrome di down e di pregiudizi razziali. Alla base degli insegnamenti che riceve c’è sempre l’amore.

Lo so, vi starete chiedendo: come può un bambino di soli 10 anni scrivere delle storie dove affronta dei temi molto più grandi di lui? La risposta ce la da uno dei suoi personaggi: «Peter, tu leggi nel tuo pensiero, io sono quello che tu pensi e tu scrivi quello che io sono». Siete ancora confusi vero? Qualcosa non vi torna? Allora vi suggerisco di entrare nel magico mondo di Peter!

Mariachiara, ci tiene però a fare una premessa: «Chiedo scusa se sono riuscita a pubblicare solo la versione base, ma era l’unica che mi faceva copiare e incollare… troverete qualche errore qui e lì, ma è l’essenza che conta»

LA PENNA DI PETER

Prefazione.

Ogni luogo che visitiamo è un’isola nei nostri occhi. Ogni angolo di terra su cui appoggiamo i piedi fa parte di un cammino che forse percorreremo milioni di volte o forse semplicemente mai più.
Rumori, suoni, profumi ,sensazioni, sono la chiave di un vissuto storico che forma il bagaglio di una vita fatta di alti e di bassi, di curve e rettilinei. Acceleriamo e freniamo con la stessa velocità e intensità di un battito di ali. Eppure….
Eppure non ci rendiamo conto che troppe volte, l’alta velocità, ci fa sbandare, perdere il controllo, spesso anche la destinazione.
Il mondo dovrebbe essere tutto una grande bolla di sapone. Visto sempre con gli occhi di un bambino
Come lo è per Peter.
Peter è fatto di sogni e speranze, dieci anni, un piccolo corpo e tanti desideri. Non i più comuni, lui non vuole fare l’astronauta o il pilota. Peter vuole fare lo scrittore.
Ogni giorno inventa un personaggio nella sua testa, lo fa insieme a Otto, il suo amico più fedele.
Trasparente si, ma fedele. Loro costruiscono storie, le raccontano a sè stessi e le passano su un quaderno a righe, con la copertina arancione e i bordi viola.

Peter parla di loro, dei suoi personaggi e li fa viaggiare in una realtà quasi parallela, come se a parlare per loro fosse lui stesso.
Non è follia, è arte. Passione. Amore. Splendore. Bellezza.
Ognuno di loro ha un nome, una storia, una fantasia, e un viaggio da percorrere.
Ogni notte lui sogna il personaggio della giornata, e ogni notte diventa reale la sua descrizione.
Peter è minuto con un cassetto castano, occhi neri, e due grandi occhiali da vista, più grandi del suo viso.
Peter ama la magia e la magia spesso.. incontra Peter.

Uno.

<< Otto, io vado a scuola tu resta lì e quando torno giochiamo con la penna>>
<< Peter , dovresti aver imparato che io posso muovermi senza farmi vedere, sono il tuo amico immaginario, non tua madre, ho 116 anni>>

Ogni mattina la stessa storia, Peter che non vuole andare a scuola e Otto che gli ricorda quanto davvero sia troppo facile a volte dimenticarsi, che un amico immaginario, non esiste agli occhi degli altri, ma solo nel cuore di chi sa vedere.

Una classe impertinente, quella di Peter. C’è Malcom ( il bulletto più in carne che crede di essere un super eroe, un po’ codardo)
C’è Elen ( la bella con i boccoli biondi, sembra uscita da uno di quei cartoni animati degli anni 80).
C’è Daniel ( il bello e dannato, 10 anni e i pantaloni con il cavallo basso)
C’è Marion, la maestra, unica spalla di Peter, il loro è un legame indissolubile.

Marion ha sempre creduto nel talento di Peter, nelle sue stranezze, nel suo essere a tratti diverso, a tratti unico, a tratti anche difficile.

<<Peter prima di andare a casa, lascia sulla scrivania la storia che hai scritto ieri>>
<<Si maestra Marion, grazie>>

Accadeva questo ad ogni rintocco della campanella, la maestra Marion, leggeva le sue storie e si avventurava nella testa di Peter come fosse un viaggio nel tempo. Nessuno si era mai spiegato , come un bambino così piccolo, trovasse idee tanto geniali da coinvolgere anche chi, aveva alle sue spalle una carriera di scrittore.

La maestra Marion tornando a casa pensava a quel piccolo talento e prima di rientrare un giorno decide di svoltare la prima a destra, un piccolo sentiero che porta alle Acque Bollenti del paese, un luogo conosciuto da pochi, ma profondamente silenzioso, quasi inquietante.

Si siede sull’erba e osservando le cascate decide di anticipare i suoi tempi di lettura, la storia di Peter meritava un luogo incantato.
Inizia così a leggere:

Pollo è un bambino con la testa molto grande, ha 156 anni , ed è alto come me. Ha i capelli biondi e siamo su una panchina, lui mi insegna tante cose, sulla vita, mi dice che devo crescere con coscienza e intelligenza.
<<Peter, un giorno sarai grande, e mi ricorderai solo attraverso l’inchiostro di questa penna>>
<<No Pollo, io ti voglio bene>>
<<Peter mentre saltiamo con la corda, voglio dirti tante cose, ma la più importante è questa: un giorno incontrerai tante persone che vorranno giocare con te, ma fai attenzione, non tutti saranno buoni, perché non tutti sono come me, come tu li immagini. Alcuni saranno cattivi, altri cercheranno solo di farti piangere, altri invece ti vorranno tanto bene quanto te ne voglio io oggi. Ma tu promettimi che sarai sempre forte, e anche da grande chiuderai gli occhi e mi immaginerai di nuovo, io ci sarò , giocheremo di nuovo insieme>>
Io non so dove è andato Pollo , ma la mia penna non lo ha più immaginato. O la mia testa? Chi immagina? La penna o la testa?

Marion resta incantata dalle parole di Peter, come se qualcuno davvero gliele dettasse senza che lui se ne possa accorgere. Un fenomeno che rasenta il paranormale, ma anche il magnifico

Due.

<<Com’è andata a scuola oggi?>>
<<Bene mamma, io oggi non mangio, devo scrivere con Otto>>
<<Peter, quando capirai che Otto non esiste resterai deluso, non isolarti, fai nuove amicizie, vai a nuoto con i tuoi compagni, ma non parlarmi più di fantasmi.>>
<<Otto non è un fantasma, Otto c’è>>

La madre, Juliet, non ha mai creduto nel figlio. Una donna importante, un’attrice, all’epoca famosissima, una di quelle donne che tutti avrebbero voluto, ma che nessuno poteva permettersi. Mora, alta, con un corpo sinuoso e imponente, due occhi glaciali quasi impassibili. Togliamo anche il quasi.
Avida di abbracci, avida di bene, avida di ogni forma possibile vicina alla simpatia. Ma era sua madre, e lui, non sapeva voler male a nessuno.
Suo padre, Tom, è un ricco commerciante di dolci, molto ricco, molto assente, molto lontano.

<<Non devi rispondere così bruscamente a tua madre, ci resta male>>
<<Otto, non dirmi quello che devo fare con mia madre, io non la sopporto, dice che non esisti>>
<<Peter, ti ho detto che io esisto nel tuo cuore, e solo gli occhi del tuo cuore possono vedermi, non gli altri>>
<<Quindi esisti e basta>>

Sempre la stessa scena,come un continuo rewid, alla stessa ora, nella stessa cameretta, Peter non accetta che Otto possa esistere solo per lui e Otto tutti i giorni con un franco sorriso si rassegna all’idea che un giorno anche quegli occhi dolci e innocenti non lo vedranno più
E’ così che va la vita, tutto passa, ma solo quello che per noi è stato fondamentale resta nei ricordi più dolci, e Otto sapeva che Peter, lo avrebbe sempre portato con se.

Jeremy è un Principe, mi ha detto che vive in un grande castello pieno di oro, ricchezze e quadri famosi. Ha una coroncina gialla sulla testa che brilla tanto, e un paio di pantaloni giallo limone.

I capelli biondissimi e gli occhi azzurro cielo, fanno quasi paura. Siamo su una grande mela morsicata da un bruco, suo amico,
<<Perchè siamo su questa mela e non nel tuo castello? E’ anche morsicata>>
<<Peter, quando stai bene con un amico, puoi essere ovunque, perché tutto quello che c’è intorno non conta>>
<<Io volevo vederlo il tuo castello, altrimenti non è vero che lo hai>>
<<Peter, impara una cosa: non mettere mai in dubbio chi ti ama, perché non solo lo fai soffrire, ma lo allontani anche da te, un amico non ha bisogno di dimostrarti nulla, se non il suo bene, e tu non hai bisogno di chiedere dimostrazioni, perché l’amicizia è un valore che esiste a prescindere da ogni ricchezza, perché già essa è un tesoro inestimabile>>
<<E tu come lo sai?>>
<<Peter, io ho 115 anni, e ne ho conosciuti tanti di scettici….>>
<<Che vuol dire scettici?>>
<<Di persone che volevano vedere solo la mia ricchezza senza pensare al mio cuore>>
<<Ma sono persone cattive!>>
<<No Peter, sono persone che non possono starci accanto,
nessuno è cattivo>>
Jeremy non ha aggiunto altro, mi ha abbracciato forte forte e prima di salutarmi mi ha fatto chiudere gli occhi, mi ha mostrato il suo castello.
<<Adesso che mi vuoi bene anche su una mela morsicata, posso mostrarti la mia reale natura>>
<<Jeremy, ti voglio bene, spero di rivederti presto, sempre su questa mela.>>

… Ho capito

Tre.

Peter oggi aveva imparato una grande lezione con Jeremy, aveva capito, alla fine della loro giornata, che nessuna ricchezza sarà mai più grande del suo abbraccio, e del suo ricordo, a quel piccolo bimbo biondo troppo stretto in quei panni e quella corona.
Aveva capito che voler bene, non è una questione di fatti, ma di valori.
Non serviva alcuna dimostrazione, perché bastava stringersi solo un po’ più forte.

<<E’ pronta la cena!!!>>
Juliet, con la sua voce stridula e acerba, quasi tagliente, riportava all’appello quell’unico figlio, secondo lei troppo sbagliato, troppo chiuso, tutto ciò che di troppo poteva essere negativo

<<Hai finito i compiti?>>
<<Si, ho anche giocato con Otto e Jeremy>>
<<Peter se non la smetti, domani ti porto dal dottore dei sogni>>
<<Sai mamma, dovresti credere alle persone a cui vuoi bene, lo ha detto Jeremy, se non credi, non ami, io lo dico per te.
Ciao, vado a dormire>>

Juliet basita, corre al telefono nella speranza di trovare un suo vecchio amico, una sua vecchia fiamma, uno dei migliori medici a livello mondiale. John Dars.
Un uomo senza espressione visiva, senza anima e tutto bisturi. Un’alga, brutta ma fastidiosa.

<<John , sono Juliet, ho un problema con Peter, dice di parlare con le persone che non esistono nella realtà>>
<<Juliet, io sto bene , tu?>>
<<Scusa John, sono davvero preoccupata, come stai?>>
<<Juliet, io fossi in te non mi preoccuperei, Peter sta crescendo, ha solo bisogno di più affetto, portalo in giro, fate una torta insieme, una passeggiata>>

<<Potrebbe aiutarlo?>>
<<Juliet, non è da aiutare, è solo da assecondare, ha 10 anni, non 30.>>
<<Grazie John ti aggiorno, un abbraccio>>

La mattina seguente, nulla era cambiato, Otto litigava per svegliare Peter, e Juliet aveva ricominciato con le sue urla cacofoniche quasi raccapriccianti.
Ma Peter era felice, perché almeno a scuola, aveva la maestra Marion.
Prende il foglio che descrive il suo incontro con Jeremy ed esce di corsa dalla stanza con lo zaino, quasi più grande del suo piccolo cornicione esile, e fugge come il vento

Quattro.

<<Avete fatto tutti il problema?>>
La voce dolce e malinconica della maestra Marion era una musica soffusa per le orecchie di Peter troppo abituato a sua madre. Lo tranquillizzava, lo metteva a suo agio, e per lui, era un piccolo pezzo di mondo conquistato ogni giorno con coraggio. Un mondo in cui, per gli altri, lui era troppo disadattato.
Non poteva avere amici reali, suo padre lo faceva viaggiare, ogni anno cambiava scuola, solo in questa resisteva da due anni, di cui questo è l’ultimo. Quinta elementare.

<<Maestra ma che ce li da a fare i problemi, tanto nella vita mica servono>>
-Malcom, il bullo, il panino per eccellenza e l’arroganza dei soliti figli di papà pronti a strillare ad ogni negazione gli venga fatta, o anche solo pensata-
<<Malcom, tu intanto falli, altrimenti resti in quinta elementare e il mondo fuori, neanche lo vedi, per capire se ti serviranno o meno i problemi di matematica>>

In quella classe tutti erano diversi, ma tutti erano piccoli tasselli di un puzzle di encomiabile bellezza, senza razza, senza pregiudizio, e senza cattiveria, eccetto Malcom e le sue sfide da quattro noccioline.
La classe che dovrebbe esistere in ogni parte del mondo, senza religione ma solo un girotondo di bambini bellissimi, tutti uguali, tutti amati.

<<Peter, prima di andare lascia la tua storia sulla cattedra>>
<<Maestra Marion, ma lei non mi dice mai cosa ne pensa>>
<<Te lo dirò alla fine dell’anno Peter, vai pure a casa, ci vediamo domani>>
<< A domani maestra Marion>>

Non aveva realizzato ancora, che da lì a pochi mesi, tutto sarebbe cambiato nuovamente, nessuna maestra avrebbe più raccolto le sue storie per farne tesoro, nessuna maestra Marion avrebbe più appoggiato le mani sulle sue spalle ogni volta che abbassava la testa per paura di essere giudicato. Nessuna classe, seppur diversa, sarebbe mai stata in grado di abituarsi alle sue stranezze, ai suoi
silenzi, alla sua voglia di sparire ogni volta che tutti erano più curati, più belli, e più simpatici di lui.
Stava per finire tutto questo, e a lui non sarebbe rimasto che Otto, sua madre, e i suoi amici, quelli di tutti i giorni, quelli del suo inchiostro.
Sarebbe andato in prima media, e nessuno avrebbe più ricordato il suo nome in quelle mura, la maestra Marion forse si sarebbe dimenticata di lui, e anche il bidello Paul, quello della merendina alla marmellata di albicocche tutte le mattine.

Cinque.

<<Com’è andato il problema?>>
<<Bene mamma, io vado in camerata con Otto>>

Juliet ha assecondato, per la prima volta nella sua vita, non ha urlato, non ha contraddetto, non ha avuto attacchi isterici, e non ha lanciato tovaglioli.

<<Mamma, ti senti bene?>>
<<Certo Peter, certo>>

Perplesso , cerca di trovare una spiegazione razionale ad un’insolita “non reazione” di sua madre, alquanto sconcertante.

<<Otto, ma hai visto che mamma non ha detto nulla? Forse ti vede anche lei adesso>>
<<No Peter, no, tua madre sta solo aspettando che tu cresca adesso, ha capito che non è alzando la voce che potrà farti cambiare idea.>>
<< Scriviamo?>>
<<Certo Peter, scriviamo, chi conosciamo oggi?>>

Oggi incontriamo Andrew, un simpatico bambino di 201 anni, viene da Giove ed è uguale a noi, ha una margherita nelle sue mani e me la porge.
<<Ciao Peter, questo è un piccolo pensiero per te>>
<<Andrew ma su Giove ci sono anche le margherite?>>
<<Peter tutto l’universo è uguale se lo guardiamo con gli occhi giusti, quelli dell’amore,io non sono alieno, sono un bambino come te.>>
<<Ma dicono tutti che sugli altri pianeti vi chiamate alieni>>
<<Quella è una forma per definire qualcosa che supponiamo sia diverso, ma nessuno di voi ci ha mai visti, quindi perché definirci così? Vedi , io ti ho portato la stessa margherita che è
nel giardino della tua bella casa, anche io le ho davanti alla mia, e spesso ci gioco>>
<<Come si gioca con i fiori?>>
<<Voi fate m’ama o non m’ama con i suoi petali, noi invece li regaliamo, come gioco, perché regalando un sorriso cresce il nostro divertimento, noi ci sentiamo meno soli e anche chi lo riceve si sente più amato>>

<<Lo fate con tutti?>>
<<No , solo con chi ha la purezza di capire, che a volte basta un piccolo gesto per rivoluzionare un’intera vita>>
<<E’ un insegnamento?>>
<<Si, se tu ogni giorno fai un piccolo gesto, piccolo come questa margherita, verso qualcuno, allora questo sarà più felice, e lo sarai anche tu>>
<<Grazie Andrew>>
<<Grazie a te Peter, e quando vorrai ancora una margherita, chiudi gli occhi e cercami, mi troverai>>

Sei.

<<Peter forse dovremmo parlare della nostra amicizia>>
<<Perchè Otto?>>
<<Perchè stai crescendo, domani sarà il tuo undicesimo compleanno, e presto sarai in grado di capire gli altri con più coscienza>>
<<Otto, che cos’è la coscienza?>>
<<Un altro te Peter, un te che non si vede ma c’è, quello che ti consiglia , quello che ti applaude se sei stato bravo e ti rimprovera se sei stato cattivo. Hai capito ?>>
<<Sei tu la mia coscienza ?>>
<<Più o meno si, ecco vedi…..>>

DRIIIIINNN.

<<Buonasera signora sono Elen, la compagna di classe di Peter, potrebbe passarmelo gentilmente?>>
<<Certo Elen, te lo passo subito>>
___
<<Pronto Elen?>>

Era la prima volta che la bambolina della sua classe lo chiamava a casa, non credeva neanche che si ricordasse il suo nome, Peter non aveva una grande autostima, ma era il giorno prima del suo compleanno, si sentiva euforico e meno impacciato.

<<Ciao Peter, potrei venire a casa tua? Non ho capito i compiti di Geografia, e visto che abitiamo vicini…>>
<<Certo Elen, ti aspetto. Via dei Boschi 19>>
<<A tra poco Peter>>

Non ci poteva credere, Elen, la bimba che tutti i bimbi corteggiano con i bigliettini, voleva andare proprio da lui, forse solo perché lui studiava tanto o forse perché dopo due anni si era finalmente accorta che potevano studiare e giocare insieme, perché gli altri erano troppo insistenti. Sta di fatto che Peter iniziò a sudare senza rimedio e iniziò a fare avanti e indietro per la sua cameretta chiedendo consigli ad Otto su come comportarsi.
Otto, dall’alto delle sue innumerevoli esperienze con i bambini, lo guardava attonito e divertito.

<<Peter , ti ricordi che i tuoi amici non possono vedermi, così come non mi vede tua mamma>>

<<Otto, ma io avrei voluto fartela conoscere>>
<<Un giorno accadrà che la conoscerò, non serve che tu me la presenti oggi, lei non capirebbe, io sarò qui e vi osserverò in silenzio, tu non parlarmi, lo farò io se sarà necessario>>

Peter non capiva la resistenza di Otto, ma era solito dirgli di si, perché lui non sbagliava mai, e più di una volta lo aveva salvato con i suoi preziosi consigli.

Sette.

<<Salve Signora Juliet, Peter è in camera?>>
<<Certo cara vai pure, in cima alle scale la prima porta a sinistra>>
<<Grazie>>

Esterrefatta nella sua fredda espressione, Juliet non riusciva a credere ai suoi occhi, Peter per la prima volta dalla sua nascita riceveva un’amica a casa, una bellissima amichetta tutta boccoli biondi. Era quasi commossa, come non lo era stata neanche il giorno della nascita di suo figlio.

<<Peter posso entrare? Sono Elen>>
<<Entra Elen>>
<<Ciao, come stai? Hai capito qualcosa del mappamondo?>>
<<Ancora non inizio a studiarlo, ti ho aspettato>>

Sulla scrivania, tanti piccoli libri di fumetti e quella cartellina con la scritta adesiva rosa “AMICI” , sull’angolo destro prima dell’ultimo

cassetto,Elen l’aveva vista e voleva aprirla, Peter per un momento l’aveva lasciata fare, ma poi guardando Otto aveva inteso che forse non era quello , né il momento, né il luogo, per presentargli Jeremy e gli altri.

<<Ferma Elen, quella è una cartellina segreta, un po’ come un diario, io preferisco i fogli spillati>>
<<Non posso leggere? La maestra Marion lo fa sempre >>

Aveva notato che Peter ogni giorno lasciava le sue storie alla maestra, e il giorno seguente le riprendeva per dargliene delle nuove, ma non aveva immaginato di essere osservato da qualcuno, e che quel qualcuno fosse proprio Elen. Questa cosa lo rendeva agitato e felice allo stesso tempo.

<<La maestra Marion corregge i miei errori, in modo che nella storia successiva, io possa commetterne il meno possibile>>
<<Va bene, mi prometti però che un giorno potrò leggerle?>>
<<Certo Elen, te lo prometto>>

Un pomeriggio divertente, tra mappamondo e succo di mela, tra chiacchiere e giochi con le carte, giungeva al termine.
Elena aveva visto finalmente un Peter diverso da quello che era tra i banchi di scuola. Aveva capito che la sua non era tristezza, ma solo insicurezza. Un bambino sempre rimproverato, ma sempre molto attento ai sentimenti

<<Ci vediamo domani a scuola Peter>>
<<Va bene>>

Se ne andava così, correndo verso la macchina del suo papà Elen, bella, fresca, con una gonnellino rosa e giallo, che la rendeva ancora più frizzante di quando già non lo fosse, scarpette da ginnastica e cartellina di Geografia, e Peter si rese conto, che in quel momento, nulla poteva essere più bello di così.

Otto.

<<Dove ho messo la mia penna?>>
<<Peter ,prendine un’altra>>
<<No Otto, deve essere quella la mia penna, non un’altra>>

Credeva che cambiando penna, la sua “magia” sparisse e insieme ad essa tutti i suoi amici, voleva quella, una semplicissima Bic nera con il tappo tutto masticato. Aveva addirittura imparato a scrivere con la mano destra per non cambiarla. Scrivendo con la sinistra lasciava l’alone del colore nelle parole seguenti.

<<Eccola !! Trovata, come ci è finita nel cassetto?>>
<<L’ha usata Elen prima forse>>

Questa affermazione lo aveva turbato, come se secondo lui fosse possibile una trasmissione di pensiero e anima solo nell’utilizzo della penna, era diventata ormai la sua bacchetta magica, o dei desideri, insomma, qualcosa che lo portava al di là di quella che poteva essere la sua malinconia in quelle mura e con quella mamma.

Diane è una bambina bellissima, non come Elen, ma bellissima, ha lunghi capelli castani, lisci, molto lisci,forse troppo lisci. Ha la carnagione chiara e le guance color fragola, i denti leggermente larghi davanti e un sorriso bellissimo. Ha un paio di jeans e una maglietta rossa, è minuta e spesso diventa quasi triste .

<<Perchè sei triste?>>
<<Peter perché non tutte le cose vanno come noi vorremmo>>
<<Posso aiutarti?>>

Peter aveva quasi paura di domandare, perché il sorriso di quella bambina si era spento tutto d’un fiato, senza un’apparente motivazione

<<Peter non sono triste per me, sono triste per te>>
<<Per me?>>
<<Si. Mi hanno insegnato, quando avevo la tua età…>>
<<Aspetta Diane,quanti anni hai?>>
<<122. Dicevo, quando avevo la tua età ho imparato una cosa importante: Non importa quante volte i nostri genitori ci rimproverino, sono sempre gli unici che ci hanno dato la
possibilità di stare al mondo, in altri casi di crescere, in altri ancora di trovare una famiglia giusta per noi.>>
<<Perchè mi dici questo?>>
<<Perchè tu ignori tua mamma e , quasi a tratti, ti senti di odiarla. Non è giusto Peter, lei avrà tutti i difetti di questo mondo e di quello in cui abito io, ma un giorno, quando tu sarai grande, avrai bisogno di tornare indietro con la memoria, e di ricordarti che non è vero il sentimento di odio, ma è vero il sentimento di legame eterno, e quello, caro Peter, nessuno potrà scioglierlo mai.>>
<<Io non odio mamma, ma lei urla>>
<<E’ grande Peter, è solo più grande di te, e le cose che stai passando tu oggi, lei le ha quasi scordate, non tutta la memoria resta viva crescendo. Lei capirà te quando tu inizierai a capire lei>>
<<Grazie Diane e, scusa se te lo dico, ma sei bellissima>>
<<Anche tu sei bellissimo pesciolino>>

Nove.

<<Buon compleanno Peter, che questo sia per te l’anno della scoperta, che tu possa sempre stupirti come hai fatto fino ad oggi e che la stessa meraviglia ti accompagni tutta la vita>>
<<Grazie Otto>>

E’ già mattina, un’altra giornata ha inizio, questa volta in modo diverso, oggi è il compleanno di Peter e della sua penna, lei compie un anno. La trovò il giorno del suo decimo compleanno in una borsa di suo papà, si legò a lei perché sentiva il profumo delle mani di suo padre, e aveva giurato a se stesso di non perderla mai, da quel giorno iniziò prima a scarabocchiarci, successivamente a incontrare storie, percorsi, persone.

<<Tanti auguri Peter, che Dio ti benedica sempre>>
<< Grazie mamma.>>

TANTI AUGURI A TE, TANTI AUGURI A TE, TANTI AUGURI PETER, TANTI AUGURI A TE…

Dopo il canto a squarciagola, un forte scroscio di applausi aveva invaso la sua classe, era stata di Elen l’idea, voleva , che per una sola volta, Peter, si sentisse a suo agio in quella classe, e aveva assolutamente raggiunto l’intento e l’obiettivo. Peter guardava tutti con occhi languidi e assorti, addirittura Malcom, nei suoi pantaloni verde pisello, e la sua maglietta arancione, si avvicina ad abbracciarlo.

<<Tanti auguri Peter, tesoro mio>>

<<Grazie maestra Marion>>

La maestra Marion lo strinse in un abbraccio fortissimo, quasi da togliergli il respiro, aveva capito Peter, e aveva capito tutto dei suoi viaggi al di là del suo stesso corpo, ma voleva leggerli fino alla fine, fino all’ultimo dei suoi racconti. Fino all’ultima riga dell’ultimo incontro, dell’ultimo goccio di inchiostro. Ormai c’era dentro. E non voleva più uscirne.

<<Mi hai portato la storia di oggi ,Peter?>>
<<Si maestra, le piacerà Diane, sono sicuro>>
<<Sono certa anche io che sarà un’altra perla preziosa del tuo cammino, dei tuoi passi>>

I compiti di geografia erano perfetti, sia per Peter, che per Elen, tanto che avevano fatto un patto : un giorno alla settimana si sarebbero ritrovati a casa di Peter per studiare insieme la geografia.

Dieci.

<<Otto? Ottoooo? Ma dove sei?>>
<< Eccomi Peter, stavo leggendo la storia di quello scrittore che era andato in Africa>>
<<Otto oggi non abbiamo compiti, la maestra non ci ha lasciato niente proprio perché è il mio compleanno, mi hanno fatto una festa bellissima>>
<<Hai visto che stai facendo amicizia?>>
<<Si Otto, ma tu sarai sempre il mio migliore amico>>

Otto era triste e turbato da queste ripetute affermazioni di Peter, non sapeva, non voleva, e non riusciva ad affrontare ancora il discorso del distacco.
Intendiamoci: Otto era ben più grande di Peter, era un adulto nel corpo di un bambino, e sapeva perfettamente che avrebbe dovuto andarsene prima o poi, ma sapeva anche, che di questo , Peter ne avrebbe sofferto in modo estremo e inqualificabile.
Ma oggi è il suo compleanno e queste cose non hanno senso di esistere, e anche di essere pensate.

<<Oggi chi conosciamo Peter?>>
<<Adesso prendo la penna e vediamo chi viene a trovarmi Otto, tu pensi sia una femmina o un maschio?>>
<<E se fosse un animale?>>
<<Otto, gli animali non parlano, ma ti devo insegnare tutto?>>

In quel momento Otto avrebbe tanto voluto dirgli che, nel suo mondo parallelo, tutti possono parlare, anche le piante, ma sorrise e acconsentì come era solito fare, quando decideva che non servivano parole, ma solo che Peter capisse da solo, vivendo.

<<Ciao Peter !>>
<<Ciao Tarah !>>

Tara è una bambina asiatica, non so dire bene se Cinese o Giapponese, non ho ancora capacità di distinguerle, forse quando sarò grande ci andrò in Asia e imparerò la differenza. E’ una bambina molto piccola, un corpo magro magro, capelli neri come il carbone e una frangetta drittissima davanti agli occhi. Ha gli occhi lunghi lunghi orizzontali, forse si dice a mandorla . Ha

una camicia rosa chiaro chiaro, e un pantaloncino bianco.Le scarpe sono aperte , anche se fa freddo e la sua pelle è un pochino più gialla della nostra.

<<Buon undicesimo compleanno Peter, come ti senti oggi che è la tua festa?>>
<<Bene, mi hanno fatto un bellissimo regalo i miei compagni di classe, mi hanno cantato la canzoncina appena sono entrato e poi hanno sbattuto tutti le mani>>
<<Ti senti più grande oggi?>>
<<Mi sento uguale a ieri>>
<<Che regalo desideri?>>
<<Che tornasse mio papà, Tarah !>>
<<E che ci vuole? Tu lo sai Peter che, quando sentiamo la mancanza di una persona, dobbiamo immaginare forte forte di averla qui accanto?>>
<<Forte, forte?>>
<<Si Peter, devi stringere gli occhi e vedere il volto del tuo papà, e mentre hai sempre gli occhi ben chiusi devi abbracciarlo, e vedrai che anche a tanti chilometri lui ti sentirà>>
<<Ma quello che mi dici è impossibile>>
<<Niente è impossibile Peter se utilizzi il cuore, sai lui è capace di

tutto, anche dei miracoli più difficili, nessuno li realizza se non la tua stessa volontà di farcela>>
<<Ce la farò?>>
<<Peter siamo nati tutti per farcela, chi prima e chi dopo. Ma devi avere tenacia>>
<<Cos’è la tenacia?>>

<<La tenacia è una delle parole più belle nel vocabolario di tutti i mondi. E’ quella cosa che ti faceva rialzare tutte le volte che cadevi dalla bicicletta fino al giorno in cui hai imparato. E’ quella cosa che ti fa scrivere tutti i giorni anche se la tua mamma vorrebbe che tu andassi a calcetto o a nuoto. E’ quella cosa che ti spinge a cercare sempre questa penna, perché le altre sono tutte troppo uguali. Questa è la tenacia Peter.>>

<<Allora io la ho?>>
<<La tenacia non si possiede, si coltiva, devi essere ogni giorno più tenace, solo così camminerai sempre felice nei tuoi sogni>>
<<Grazie Tara !>>
<<Ciao Peter, al prossimo viaggio!>>

Undici.

<<Buongiorno a tutti, oggi io sostituirò la maestra Marion>>
<<Cos’ha la maestra? Perchè non è venuta?>>

Peter aveva un senso di vuoto, come se qualcosa non andasse in quel momento, non era la prima volta che la sua maestra mancava, ma questa volta aveva avuto un brutto colpo entrando .

<<La maestra mancherà per qualche giorno, è a casa con l’influenza, niente di grave bambini, non preoccupatevi>>

Peter non era convinto e quelle ore a scuola erano interminabili, non vedeva l’ora che finissero per dirigersi verso la casa della maestra e assicurarsi che tutto andasse per il meglio. E per portarle la sua ultima storia, la maestra Marion non poteva non conoscere Tara e non poteva non sapere che Peter avesse quella cosa chiamata “tenacia”.
E finalmente dopo 5 ore, la campanella ha fatto il suo stridule allarme cacciando tutti i bambini in una corsa frenetica verso

l’uscita. Peter per fortuna aveva portato con se la bicicletta, essendo solo a un isolato da casa sua, e per la prima volta nella sua vita, ci si metteva in sella per fare più di 1 km.

DRIIIIINNNN

<<Peter, che fai qui? Chi ti ha accompagnato?>>
<<Sono venuto da solo maestra Marion, mi sono tanto preoccupato, e poi volevo che lei conoscesse Tarah>>
<<Tarah?>>

<<Si maestra, si sente bene? Tara, la mia amica di ieri, come quelli di tutti i giorni no?>>
<<Oh si Peter scusami, sono solo un po’ confusa, entra pure che chiamiamo tua madre e la tranquillizziamo che sei qui>>
<<Maestra ma che cosa ha? Non la vedo molto felice>>
<<No Peter ho solo un po’ di febbre non preoccuparti, vieni ti presento un mio caro amico, lui è il Dottor Smith.>>

Un dottore? Che ci faceva addirittura un dottore nella casa della maestra? Allora non era febbre, o forse si.

<<Ciao Peter, Marion mi ha tanto parlato di te, mi sembra quasi di conoscerti>>
<<Di me? Davvero? Perchè?>>
<<Perchè mi dice sempre che sei un bambino speciale, e che ti vuole molto bene>>

Peter rimase a pranzo lì quel giorno, sotto consenso di mamma Juliet, e fu uno dei pomeriggi più belli della sua vita, fece i compiti con la maestra e si abbracciarono tante volte.

<<Vedi Peter, tu stai crescendo e tra qualche mese non starai più in questa scuola, forse mi verrai a trovare, o forse non ci vedremo più, ma tu ricordati sempre di questo pomeriggio, mi hai resa felice, venendomi a trovare>>
<<Maestra Marion, io verrò sempre a trovarla, anche quando sarò grande.>>

Dodici.

Otto era nella camerata di Peter, ascoltava i racconti di quel pomeriggio per lui indescrivibile e meraviglioso. Guardava i suoi occhi pieni di gioia e il suo cuore si faceva sempre più triste, come se una lama lo colpisse ripetutamente dietro alle spalle.
Il fatto che fosse immaginario, non implicava che non avesse sentimenti, anzi, forse addirittura li aveva amplificati, essendo la parte essenziale dell’uomo. La coscienza.

<<Buon pomeriggio Luke>>
<<Buon pomeriggio a te Peter>>

Luke era un bambino di 209 anni, capelli corti corti e molto fini, quasi biondi, un viso paffuto e la R più leggera rispetto alla nostra. Occhi neri e un naso piccolo piccolo. Il suo corpo era paffuto come il suo viso, ma molto proporzionato. Era simpatico e sorridente.

<<Ti sei divertito dalla maestra?>>

<<Tu come lo sai?>>
<<Io so tutto perché lo pensi prima di scriverlo>>
<<E tu leggi nel pensiero?>>
<<No Peter, tu leggi nel tuo pensiero, io sono quello che tu pensi, e tu scrivi quello che io sono>>
<<Non ho capito>>
<<La penna Peter, ha un potere più forte della bacchetta magica, la penna la gestisci tu, e tutto ciò che desideri, quando lo scrivi, diventa tuo, ma tuo per sempre>>
<<Come il ricordo?>>
<<Bravo Peter , come il ricordo, solo che quando lo scrivi, puoi sempre rileggerlo quando ne avrai voglia>>
<<Potrei dimenticare?>>
<<Forse si, o forse no, questo dipende da te, da quanto tempo impieghi nel metterci i tuoi sentimenti.>>
<<Di te mi ricorderò?>>
<<Tu non lo sai, ma ti svelo un segreto: tutto ciò che ami, lo ricorderai per tutta la vita>>
<<E quando morirò?>>

<<Anche Petr, anche>>
<<Ciao Luke , è stato bello conoscerti>>
<<Ciao Peter, ciao super ometto>>

Tredici.

<<Otto, ma secondo te, è vero che io ricorderò tutto nella vita?>>
<<Non lo so Peter, ma se lo ha detto Luke che ha tanti anni, e ricorda tutto, forse è vero>>
<<Anche tu hai tanti anni, ma non ti ricordi mai che non mi piace la cioccolata>>

Otto sapeva benissimo che Peter odiasse la cioccolata, che era allergico alle fragole e che detestava tutti i profumi sulla carne, lo conosceva come se lo avesse concepito lui, anzi lo conosceva molto di più di quanto avrebbe potuto fare sua madre, ma non glielo aveva mai detto, e faceva sempre finta di dimenticarsi le cose, più per la reazione bizzarra di Peter, che togliendosi gli occhiali, sbuffava e rideva.
Quei due erano amici per la pelle, forse proprio pelle no, ma di anima si. Ecco, di anima è la giusta qualificazione di quel rapporto così perfetto.

<<Oggi non si va a scuola,che dici se vado dalla maestra Marion?>>

<<Io non credo sia il caso Peter>>
<<E come faccio a presentarle Luke?>>
<<Vorrà dire che per questa volta, gliene presenterai due insieme no?>>
<<Che intendi?>>
<<Anche domani non andrete a scuola, ci andrai domani e le presenterai due amici e non uno, sarà anche più felice di avere una compagnia in aggiunta>>
<<Si, forse hai ragione, e poi magari con la febbre è meglio che riposa, così domani sarà anche più attenta, è vero?>>
<<Bravo ometto>>
<<Perchè mi chiamate tutti ometto in questi giorni?>>
<<Perchè stai crescendo e io sono fiero di te>>

Oggi ad attendermi c’era Liza, una bambina particolare e bellissima, una bambina che ha un viso un po’ diverso dal mio, ha gli occhi più stretti,neri, il viso un pochino più grande,i capelli castano molto chiaro e un sorriso dolce e delicato.Le sue forme sono più robuste e le sue mani stringono forti le mie

<<Ciao Peter, come stai?>>
<<Ciao Liza, sono tanto triste, la mia maestra non sta molto bene>>
<<Vedrai che passerà in fretta, è solo la febbre, non è niente di grave>>
<<Liza, ma io e te siamo diversi?>>
<<No Peter , io ho solo un cromosoma in più di te, nel vostro mondo la chiamate Sindrome di Down, noi la chiamiamo particolarità>>
<<Particolarità?>>
<<Si,esatto,tu per esempio,hai un neo grande sotto il piede ?>>
<<Si>>
<<Ecco hai una cosa che io non ho, ed io, ho una cosa che tu non hai, non siamo diversi, siamo identici, nel cuore intendo, siamo identici.
Fisicamente certo che lo siamo diversi, come sei diverso da Otto, come sei diverso da Malcom ed Elen, come sei diverso da tua mamma>>
<<Non avevo mai visto una bambina come te, sei molto dolce>>
<<Sono anche molto capricciosa come lo sei tu, vedi Peter, un giorno non molto lontano, tu sarai grande, e simili a me ne troverai milioni, non dire mai loro che sono diversi, perché siamo dotati tutti dello stesso cuore, i diversi sai chi sono?>>

<<Chi sono?>>
<<Quelli che fanno del male agli altri, quelli che usano le armi, quelli che distruggono popolazioni e mettono la scusa della religione, quelli che giudicano e quelli che offendono, loro sono i diversi. I diversi da me e da te.>>
<<Io e te siamo uguali?>>
<<Si Peter, siamo uguali e ognuno di noi ha le sue caratteristiche che l’altro non ha>>

<<Ci completiamo Liza?>>
<<Ci completiamo Peter>>

E’ avvenuta una strana cosa, per la prima volta, da quando conosco amici nuovi ogni giorno con la mia penna: Ho capito da solo l’insegnamento che Liza voleva darmi, ossia dirmi che tutte le persone, se fossero più unite, potrebbero completarsi tra di loro, invece amano farsi la guerra e uccidersi, portando solo dolore.
Basterebbe così poco se ci stringessimo tutti in un grade girotondo senza fine.

Quattordici.

<<Peter oggi andiamo al parco?>>
<<Mamma, io vorrei andare a trovare la maestra Marion, devo portarle delle cose importanti>>
<<Va bene , vuoi che ti accompagni io?>>

La situazione nella sua casa era migliorata, aveva seguito i consigli di Diane, Peter non urlava più contro sua mamma, e non le diceva più di capirlo per forza.
Si era ristabilito un clima sereno, semplicemente lui teneva per se i suoi amici e i suoi racconti, e mentre Juliet credeva che non vedesse più Otto, lui cercava di riportare l’armonia che tanto mancava in quella casa, soprattutto dopo i continui viaggi di suo papà.

<<Ciao maestra Marion, le ho portato due nuovi….Si due nuovi compiti>>

Si era bloccato dinanzi agli occhi gelidi di sua madre che lo

guardavano senza capire di cosa loro due stessero parlando.
La maestra Marion strizzò l’occhio e li invitò a prendere un tè.
Aveva uno strano turbante di cotone in testa, a fiori, blu e lilla, non si vedevano i capelli, e il suo viso era estremamente pallido, Peter era quasi scioccato da quella immagine, ma per lui la maestra Marion era sempre bellissima, sempre la più bella di tutto il mondo.
Quanto avrebbe voluto che sua mamma fosse così buona, così comprensiva, ma Diane gli aveva insegnato, che si vuole bene con ogni difetto, perché siamo noi stessi i primi a stare meglio quando ci sentiamo amati.

<< Maestra Marion, perché ha questo turbante in testa?>>

<<Ho un po’ freddo Peter, e allora ho raccolto tutti i capelli in questa calda tovaglia>>
<<Maestra ma è cotone, non avrebbe più caldo se li sciogliesse?>>

I bambini e la loro fenomenale curiosità senza peli sulla lingua, la loro spiccata e socievole, quasi disarmante ingenuità che li porta a viaggiare su binari quasi idilliaci e spensierati.

<<Ti voglio bene Peter, ricordalo sempre>>
<<Anche io Maestra Marion, a domani>>
<<A domani Peter>>

Quindici.

<<Otto ma cos’ha la maestra secondo te?>>
<<Peter, qualsiasi cosa lei abbia, ha bisogno di stare da sola forse, se una persona non parla spesso è perché ha solo voglia di stare con sè stessa, che sia febbre o altro>>
<<Era tanto triste>>
<<Magari era solo stanca Peter>>
<<Forse hai ragione>>

DRIIIINNNNNN

<<Signora sono Malcom, Peter è in casa?>>
<<Si Malcom caro, te lo passo subito>>

Malcom? Malcom chiamava a casa di Peter? Ma questo non era un evento, era una bomba atomica al pari livello di Hiroshima.

<<Ciao Peter, volevo chiederti, domani potresti portarmi i tuoi racconti? Vorrei leggerli?>>
<<Malcom che succede? Non ti è mai interessato nulla di ciò che

faccio, figuriamoci di ciò che scrivo>>
<<Lo so ma la maestra Marion ha detto che tutti dovremmo imparare da te, e così te li chiedo>>
<<No Malcom, mi dispiace, li ho promessi a Elen, glieli darò quando sarò pronto, e così anche a te>>
<<Va bene, buona giornata, a domani>>

Buona giornata? Non era proprio convinto Peter di aver parlato con Malcom, o meglio, sapeva benissimo chi fosse al telefono, ma il suo cambiamento improvviso gli suscitava un certo disagio, piacevole disagio. La cose stavano cambiando, proprio come aveva annunciato Otto, tutto si stava trasformando, forse era vero che crescendo le cose sarebbero migliorate a tratti e peggiorate in altri tratti. Ma il suo pensiero era alla sua penna in quel momento.

Sono su una panchina nel parco di Gardenia e accanto a me c’è Simon, un ragazzino più grande di me, forse avrà 300 anni, se li consideriamo misurati nel loro metro di annualità,è strano, fissa il vuoto e non parla, è come se avesse paura di me, ma io non ho paura di lui nonostante la sua faccia magrissima e inquietante, nonostante i suoi pantaloni sporchi di terra e la maglietta di sugo,
sembra il sugo che faceva mia nonna, quello che non si toglie mai.

<<Ciao Simon!>>
<<Ciao Peter , ben arrivato>>
<<Ah allora parli! Che hai? Non ti vedo molto bene>>
<<Niente, sto rivedendo la mia vita passo per passo e sto analizzando tutti i miei errori>>
<<Quanti anni hai Simon>>
<<401, nel tuo mondo sarebbero 19>>
<<E che errori hai fatto?>>
<<Io dicevo sempre… Smetto Quando Voglio… sai è una frase che usiamo tutti, in tutti i mondi esistenti, è una delle sette bugie più grandi nel sistema planetario>>
<<Perchè?>>
<<Perchè se lo stiamo dicendo, vuol dire che non abbiamo ancora smesso, di fare qualsiasi cosa ci faccia male, e mai smetteremo, perché è la tipica frase di chi è schiavo di qualcosa>>
<<Tu eri schiavo di qualcosa?>>
<<Si io ero schiavo della mia tristezza, fino a che ho capito che era meglio essere schiavo di un unico vizio: la volontà, vedi questi segni sulle braccia? Sono segni che mi sono fatto da solo per ribellarmi>>

<<Ribellarti a cosa? Non ti sei fatto male?>>
<<Mi sono fatto tanto male, credevo di essere sbagliato, solo dopo ho capito che non c’è cosa più bella che sentirsi bene con se stessi, se non ci amiamo noi, nessuno ci amerà mai.
E anche quando iniziamo ad amarci, dobbiamo sempre ricordare una cosa: che nessuno ci amerà mai di più.
Ti ricordi quando ti nascondevi nella tua tenda con Otto?>>
<<Si>>
<<Piangevi perché dicevi che nessuno ti voleva bene, ma in quel momento eri tu stesso a non volerti bene, eri tu stesso a scappare dalla tua voglia di crescere.>>
<< Fa male crescere?>>
<<Fa male crescere senza valori, quello fa male, il resto no>>
<<Ciao Simon>>
<<Ciao Peter>>

Sedici.

<<Bambini, la maestra Marion non terminerà l’anno con voi,purtroppo la sua febbre non guarisce, e continuerete con la maestra Suzanne>>

Un fulmine a ciel sereno, una tempesta di grandine negli occhi di Peter, e di tutta la classe, Peter in particolare. Una valanga di cemento sui suoi piedi, non riusciva più a muoversi, impietrito dinanzi a quell’affermazione non sentiva più sangue nelle vene, neanche le lacrime riuscivano ad uscire.
Lui non avrebbe più visto tutti i giorni la donna che aveva fatto tutto per farlo sentire un ometto, certo avrebbe potuto farle visita, ma nulla sarebbe stato uguale, nulla avrebbe avuto più lo stesso valore.
Tutti i giorni conosceva i suoi amici di penna, tutti i giorni gli sorrideva e lo faceva sentire al sicuro. Tutti i giorni c’era un motivo in più per andare a scuola e uno in meno per tornare dalla sua mamma poco simile a Marion.

<<Perchè?>>

Solo Elen ebbe il coraggio di chiedere delucidazioni, nonostante la Direttrice avesse già ampiamente risposto al quesito con una sola frase, ma nessuno di loro, seppure tutti tra i 10 e gli 11 anni, sembrarono crederci.

<<Elen, ti ho già detto che la maestra non riesce a guarire per la fine dell’anno, è una febbre più forte delle altre, e ha bisogno di stare al riposo e al caldo, ieri le ho telefonato e vi manda un caloroso abbraccio>>

Come volevasi dimostrare, non fu detto nulla di diverso dalla precedente affermazione.

<<Otto, la maestra non rientrerà prima della fine dell’anno>>
<<Lo so Peter, l’ho sentito, ma tu tranquillo, che potrai andarla a trovare ogni volta che vorrai, ti ricordi quando ti dissi che le avresti presentato due amici e non uno?>>
<<Si>>
<<Bene, da adesso, le presenterai un gruppo per volta, e andrai da lei una volta a settimana, in modo che lei potrà impegnare il tempo

senza annoiarsi>>
<<Mi sembra un’ottima idea, grazie Otto, ti voglio tanto bene>>
<<Te ne voglio anche io ometto>>

Ad Otto scese una lacrima, che asciugò in fretta per evitare di mostrare a Peter il suo dolore. Era sempre così, di bambino in bambino, si lasciava sempre il posto alla crescita,e Otto , ogni volta, faceva i conti con un addio, sempre doloroso, sempre triste, ma questa volta sarebbe stato molto di più, perché anche lui questa volta aveva trovato un amico vero.

Diciassette.

Sono in un posto tutto bianco, fa tanto freddo, ci sono tanti grandi gusci di tartaruga , hanno delle porte rotonde come archi, e le persone ci passano dentro. Che cosa bizzarra !
Seduto proprio sull’uscio di una di queste porte c’è Hope, una bambina forse più piccola di me, con un cappello grandissimo che nasconde i suoi corti capelli alla maschietto, occhi celesti, come il cielo sopra di noi, e lineamenti bellissimi, pelle rosea , forse arrossata dal freddo e dei pantaloni color cammello, di quel tessuto che mia mamma chiama Pile.

<<Peter che bello rivederti>>
<<Rivedermi? Perchè ci siamo già visti?>>
<<Certo, almeno 15 volte, ma tu non puoi ricordartelo ora, forse lo ricorderai un giorno>>
<<Mi hanno detto che avrei ricordato tutto, perché di te, invece no?>>
<<Non ti hanno raccontato la favola delle tante vite?>>

<<Come tante vite?>>
<<Ricorda sempre che è la tua penna, e tutto quello che diciamo potrebbe essere inconscio o solo un tuo desiderio.
La favola delle tante vite racconta che nessuno muore mai davvero, perché va in un posto bellissimo con tanti giochi e prati, e poi dopo tanti anni torna sulla terra, però non nello stesso corpo di prima, ma con un’altra faccia, e ricomincia da capo>>
<<Hope ma non è possibile>>
<<E tu che ne sai? Non puoi mica ricordare quello è successo nella tua vita precedente>>
<<E tu perché ti ricordi di me?>>
<<Perchè io non sono ancora ritornata sulla terra dopo la prima volta, e quindi ti vedo sempre passare di qua>>
<<Perchè non sei ritornata?>>
<<Perchè io non ho mai vissuto Peter, la mia mamma non portò a termine la sua

gravidanza, dopo la notizia che mio papà era morto lei si sentì male. Io sentivo un grande frastuono intorno a me, avevo solo 5 mesi ma capivo tutto, sentivo le urla di mamma e sentivo il collega di mio papà che diceva : Non C’è Più. In quel momento la mia mamma si è accasciata sopra di me, io ho sentito che l’acqua

prendeva parte dei miei polmoni, e quando ci hanno portate in ospedale, io sono uscita, ero sul soffitto , volavo, e vedevo i medici che dichiaravano : La bimba non ce l’ha fatta.
Mamma pianse tanto e decise di chiamarmi Hope, perché non si avvilì riuscì ad andare avanti, ebbe altri due fratellini, e fu felice con un altro uomo, anche se non dimenticò mai mio papà>>
<<Ma quindi tu sei morta?>>
<<Nessuno muore Peter, io ora sono qui per conoscerti, non potevi farti venire in Paradiso, è troppo lontano per te>>
<<Hai incontrato tuo papà?>>
<<Non ho voluto>>
<<Perchè mai?>>
<<Perchè mio papà ha scelto di morire, e questo non si fa Peter, da voi si chiama suicidio, e non è giusto, perché ogni giorno arrivano le navicelle con le persone spente dalla malattia, certo arrivando da noi, poi guariscono, ma nel vostro mondo soffrono. La vita è un dono prezioso, non va sprecata, mai Peter, mai>>
<<Mi dispiace>>
<<A me no Peter, io sono felice, perché basta guardare il cielo per riconoscermi, mamma lo fa tutte le sere, e tutte le sere mi chiede cosa sto facendo, la vedo. Ogni tanto ancora piange, ma io sono nel suo cuore, e lei è nel mio>>

<<Ciao Hope , è stato bello conoscerti, da questa sera anche io guarderò la stella più bella e ti saluterò>>
<<E io saprò come farmi sentire da te Peter, piccolo dolce ometto>>

Diciotto.

Era finalmente trascorsa una settimana, e Peter era in trepidazione per il suo appuntamento del Giovedì con la maestra Marion, non vedeva l’ora di riabbracciarla e di guardare i suoi occhi mentre leggeva dei suoi amici di penna.
Era curioso di vedere la sua reazione nel conoscere Hope, e dei consigli che gli avrebbe dato.

DRIIIIIIIINNNNNN

Alla porta il Dottor Smith, lo stesso uomo enorme della prima volta in bicicletta.

<<Dottor. Smith, la maestra Marion?>>
<<Vieni Peter, ti ci porto>>

Entrammo in una grande stanza che odorava di pulito, credo fosse lavanda, era tutto in ordine anche gli armadi ad ante aperti, c’erano tante foto della maestra sulle credenza e appese al muro e un

immenso letto alto e largo. Su di esso, distesa con poca voce, c’era la maestra Marion.

<<Maestra, maestra Marion ma che succede?>>
<<Niente Peter, mio caro, sono solo debole, che bello averti qui, mi hai portato tutto?>>
<<Si maestra, tutto, ma come fa a leggerle se non ce la fa?>>
<<Lo fai un regalo alla tua maestra?>>
<<Tutto quello che vuole>>
<<Leggimele tu e poi dalle al Dottor. Smith, ne farà una fotocopia>>
<<Va bene maestra Marion>>

Passarono tutto il pomeriggio così, Peter le leggeva delle sue amicizie e la maestra Marion sorrideva, per quello che poteva, alle impressioni così giuste di quel piccolo bambino prodigio.
Arrivarono all’ultima amica, Hope. Marion cambiò espressione guardandosi intorno, come se qualcuno li stesse osservando, era un fattore certamente psicologico, ma quella storia la turbò a tal punto che anche la notte non riuscì a prendere sonno.

<<Peter, come fai a sapere cosa è un suicidio ?>>
<<Me lo ha detto Hope>>
<<Si, ma prima avevi mai sentito questa parola?>>
<<No no , mai .Perchè?>>
<<Niente Peter, niente, ora vai altrimenti si farà buio e sarà pericoloso tornare a casa>>

La maestra Marion non prese sonno, né quella notte, né quelle successive. Peter era sempre stato un bambino fuori dal comune, ma Hope l’aveva sconvolta.
Come poteva un bambino di 11 anni appena compiuti, conoscere sistemi planetari e suicidio?Per quanto Juliet fosse una madre acerba e ostica, non aveva mai osato parlare di morte in casa per non traumatizzare Peter.

Diciannove.

Sono in un poso bellissimo, è una casa con una piscina, è tanto grande e ci sono tanti bambini, che non mi vedono, ma io vedo loro. Sul bordi piscina c’è Thomas, un bambino di colore, è solo, nessuno gioca con lui, ha degli occhi grandissimi neri, e una bocca più grande della mia, denti bianchissimi e un sorriso solare.

<<Ciao Thomas, perché sei solo?>>
<<Ciao Peter, mi avevano detto che saresti passato>>
<<Chi te lo ha detto?>>
<<Jeremy. Hope, e gli altri..>>
<<Perchè, li conosci?>>
<<Certo Peter, veniamo tutti dallo stesso inchiostro, ci conosciamo per forza, siamo una tribù e siamo qui per te.>>
<<Perchè sei solo?>>
<<Perchè il vostro mondo è brutto Peter, vedi il colore della mia pelle? A voi non piace. Mi correggo. Alla maggior parte di voi non piace. Ci troviamo in Italia adesso, e qui il mio colore non va bene a tutti. E così mi ritrovo esiliato>>

<<Thomas, se conosci tutti quelli che ho conosciuto io, conosci anche Liza vero?>>
<<Certamente>>
<<Liza mi ha detto che nessuno è diverso, siamo tutti uguali e abbracciandoci più stretti saremo ancora più simili>>
<<Lo sai cosa hai fatto in questo momento Peter?>>
<<Cosa ho fatto?>>
<<Per la prima volta hai dato tu un insegnamento a me, e non io a te>>
<<Ma non io, Liza>>

<< Questo vuol dire imparare Peter, apprendere dagli altri per migliorare se stessi, volevi
sapere da Jeremy, cosa volesse dire crescere, ecco cosa vuol dire, imparare il meglio dagli altri e trasmetterlo a chi ancora non ha occhi giusti per guardare il mondo da altre prospettive>>
<<Cosa sono le prospettive?>>
<< Guarda questa piscina, adesso corri dall’altra parte e guardala di nuovo, la vedi allo stesso modo?>>
<<No adesso vedo il pallone, prima i braccioli>>

<<Io vedo sempre il pallone, stiamo guardando la stessa piscina ma essendo in angoli diversi, la vediamo in modo diverso, questa è la prospettiva Peter, e nella vita è fondamentale per ogni cosa, concreta o non.>>
<<O non?>>
<<Si Peter, che sia un giocattolo, una macchina o l’amore, che non si tocca, devi sempre guardarlo da tutti i punti di vista, perché solo così avrai un quadro ampio di ciò che stai guardando>>
<<Ciao Thomas>>
<<Ciao campione>>

Venti.

Ultimo giorno di scuola.
La maestra Marion non ha voluto più ricevere visite dopo il racconto di Hope, telefona tutti i giorni a Peter per rassicurarlo che sta bene, e che si rivedranno prima delle vacanze estive, e Peter ha smesso di crederci, le lascia ancora ogni settimana i racconti sotto la porta e la mattina seguente li ritrova nuovamente pronti per essere ripresi.
Finalmente è estate, e finalmente Peter e Otto possono andare alla piscina comunale, quella di tutte le estati, quella in cui Otto ha insegnato a Peter come tenersi a galla senza braccioli, hanno tante foto di quel momento, peccato che, in foto appaia solo Peter.
Mancano pochi giorni alla partenza, quest’anno Juliet ha deciso di seguire suo marito per il bene di Peter, e passeranno l’estate insieme, in Australia, la terra della passione e del coraggio, dell’avventura e del cinema.
Per la prima volta Peter decide di tuffarsi dal trampolino.
<<Peter abbracciami>>

<<Otto ma che dici? Devo tuffarmi da 1 mt di altezza>>
<<Peter, ti prego prima di tuffarti, abbracciami>>
<<Va bene Otto>>
<<Sei una persona eccezionale, porta sempre con te il bambino che hai dentro, non dimenticarti di ridere nella vita, e fai in modo che il giorno seguente sia sempre migliore del precedente, metti in tasca questo sassolino, e tienilo stretto mentre ti tuffi, non perderlo>>
<<Otto credo tu stia esagerando>>
<<Hai ragione , ma lo sai, io sono romantico>>

Otto continuava a guardare Peter salire quelle piccole scale di quello scivolo così tanto basso, ma così tanto terrificante per lui fino alla scorsa estate

Un tuffo.. Giù, andato.

Sono in una stanza buia, non c’è luce, sento solo un forte BIP BIP BIP nelle orecchie, non respiro bene e sento voci confuse, c’è un movimento di passi e suoni di macchine come fossero led dei

supermercati. Apro a fatica gli occhi.

<<Dottore.. dottore, si è svegliato>>

Una donna con una camicia e un pantalone azzurro corre verso la porta, e dopo un secondo mi ritrovo una luce sparata negli occhi.

<<Signore mi sente? Mi vede? Peter??>>
<<Si..si>>
Non riesco a dire molto altro, mi sento come se avessi passato la nottata sotto ad un treno merci

<<Chiamate la moglie e la figlia, si è svegliato>>
<<Le chiamo subito dottore>>

Svegliato? Ma svegliato da cosa? Ma dove sono? Cerco di girarmi nella stanza e mi accorgo che sono in un letto, le mie mani sono grandi e le mie gambe sono lunghissime, sarà anche un altro racconto della mia penna, ma io sono diverso .

Ventuno.

Non capisco nulla, sono tutti felici, e tutti parlano di miracolo, si come disse Tarah, i miracoli esistono solo se ci credi, ma io ancora non capisco di che miracolo stiano parlando.

<< Peter, amore mio grazie al cielo, rivedo i tuoi occhi dopo 5 anni>>

<< Papà sei vivo !!>>
<<Mi avete scambiato per qualcuno?>>
<<Peter sono Amanda tua moglie, lei è Hope, tua figlia>>
<<Hope? Mia figlia?>>

Aveva gli stessi lineamenti della mia Hope, della mia amica di penna, visibilmente cresciuta ma era lei, ne ero certo.

<<Dottore ma che succede?>>
<<Signora Amanda, suo marito è stato 5 anni in coma, un leggero

disorientamento è normale, è già un miracolo che sia sveglio e non abbia danni celebrali e fisici, se considera che oggi avremmo dovuto staccare la macchina>>
<<E’ un miracolo Dottore, non so come ringraziarla>>
<<In realtà ha fatto tutto Peter>>

Cosa avevo fatto? Cinque anni in coma? Dov’è Otto? Io non vedo Otto, e mia madre? La maestra Marion?

<<Otto?>>
<<Cosa caro?>>
<<Dov’è Otto?>>
<<Chi è Otto, dimmi Peter, lo chiamiamo>>
<<Dov’è mamma?>>
<<Peter, quale mamma?>>
<<La mia, Juliet !>>
<<Caro, tua mamma è morta 11 anni fa in seguito ad una malattia, ricordi?>>
<<Io l’ho vista ieri, mi ha accompagnato in piscina, dovevamo

partire per andare da papà in Australia, dov’è papà?>>
<<Peter, tuo papà non lo hai mai conosciuto, ma stai tranquillo caro, presto ricorderai tutto>>

Non c’era nessuno delle persone con cui stavo fino a poche ore prima , nessuno che io ricordassi, mia moglie Amanda, mia figlia Hope, e tanti dottori.

<<Ciao Peter come stai? Che bello finalmente rivederti, non sai come sono felice Ho saputo che ti eri svegliato, sono corsa appena ho potuto>
<<Elen? Sei tu?>>
<<Allora mi riconosci?>>
<<Certo, come potrei non farlo, come sei cresciuta>>
<<Peter, non ci vediamo da 5 anni, non da 30>>
<<Ah si, ma in che anno siamo?>>
<<2016 Peter>>
<<Accidenti>>

Ventidue.

Sono passati 18 mesi da quel giorno del mio risveglio, tante cose ancora non le ricordo, e tante altre le ho forse cancellate. Ricordo Jeremy, Luke, Thomas, Hope, Liza, Simon e tutti gli altri, ricordo le loro parole e i loro insegnamenti, ricordo la maestra Marion, e il Dottor? Non ricordo il nome.

Io non so cosa sia successo, ma so esattamente, che quelli sono stati i 5 anni migliori della mia vita, forse dormivo, o forse ho semplicemente vissuto una vita parallela fatta di tutto ciò che avrei tanto voluto vivere senza potere mai.

<<Peter, per favore, vai tu alla riunione con il nuovo capo, io non riesco a liberarmi da questi fascicoli>>

Il lavoro, la famiglia, tutto è tornato alla normalità, mi dirigo verso

il nuovo ufficio e al semaforo, quello interminabile di Via Palladio, giro lo sguardo verso una vetrina immensa, costruita recentemente immagino, considerato che li, fino a sei mesi fa c’era una gelateria.
In alto la pubblicità del libro più venduto nel 2016: LA PENNA DI PETER.
Il semaforo scatta verde e i clacson dietro di me mi fanno capire che dovrei darmi una mossa, ma io resto attonito in quella vetrina, faccio inversione ad U (da ritiro patente), e corro in quella libreria, chiedo una copia, la acquisto e mi siedo sulla panchina accanto a quella che una volta era la Tabaccaia del quartiere, Rosamunde.
Dopo le prima 4 pagine resto immobile nel mio posto, senza riuscire a chiudere gli occhi.
C’erano tutti, da Jeremy a Thomas, giro il libro, e leggo il nome dell’autrice, Marion S.
Deceduta 18 mesi fa, il giorno del mio risveglio, in seguito ad una malattia fulminante.

C’era la foto, era la stessa del mio sogno lungo 5 anni, ma non era la stessa che ebbi 30 anni prima nella mia classe. Se il mio era stato tutto un sogno, quel libro come faceva ad essere li?

Io non avevo raccontato mai nulla a nessuno.

Sconvolto mi dirigo verso il nuovo ufficio con la copia del libro in mano, arrivato alla riunione con evidente anticipo, mi siedo nella mia postazione e ripercorro i tratti magnifici di quelle pagine di vita parallela, quando ad un certo punto una mano sulla spalla mi avvisa che non sono più solo. E’ il nuovo capo.

<<Ciao Peter, io sono il vostro nuovo supervisore, starò solo oggi in sede, domani parto per un viaggio di qualche anno, prenderai tu il mio posto..
Ah piacere! Otto Martinez>>
Il sangue si stava gelando nelle vene, non scorreva, non sentivo il battito cardiaco, era Otto, era il mio migliore amico, come poteva non riconoscermi? Perchè?

<<Qualcosa non va Peter?>>
<<No Signor Martinez, tutto..tutt.. tutto bene, grazie>>

Continuavo a fissarlo per tutto il resto della riunione, lo avevo riconosciuto, era il mio Otto, il mio migliore amico, era lui. Come

poteva essere? Forse stavo semplicemente delirando e gli effetti dei medicinali che ancora circolavano nel mio corpo creavano questo.
Prendo i complimenti di tutti e mi dirigo verso l’uscita.

<<Peter, puoi fermarti un momento, mettiamo a punto un’ultima cosa>>
<<Certo>>
<<Allora ometto, hai visto cosa sei diventato? Nella tua insicurezza hai raggiunto l’apice dei tuoi sogni, rendendoci tutti orgogliosi di averti avuto accanto, anche solo per 5 anni, ciao amico mio, sii felice, e ricorda sempre.. Otto sarà con te, in tutte le vite che vivrai.

Fu l’ultima volta che vidi Otto, e fu l’unica volta che lo vidi grande come me, ogni tanto alzo gli occhi al cielo come mi disse Hope, e lo immagino accanto a qualche altro bambino che sta vivendo una vita sbagliata. Non so se lo incontrerò mai più, e non so se mai sognerò Marion, o tutti gli altri, ma so che , se oggi ho la capacità di scrivere, e di vivere tante vite, lo devo a loro, che mi hanno insegnato l’arte del coraggio, e a volte anche quella della paura. Ma che mi hanno accompagnato ogni giorno per 5 anni rendendo

quel sonno, il miglior sogno della mia vita.

Non li dimenticherò mai, e spero che loro, in piccola parte, facciano
lo stesso con me

 

 

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